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August 12, 2013

Saffron Mango Lassi



The flavour of tropical fruit entered my life in the form of a 200ml tetra-pack brick with a folded straw attached to it. It was a valuable and exotic alternative to the most classic flavours: pear, or peach. Extremely popular in the 1990s, tropical fruit juice saw it’s glory shaded by the newcomer ACE, a blend of orange, lemon and carrot – presumably containing vitamins of the same name. It was my to-go snack at school (la merenda) since my tenderest age, alongside a package of crackers.

I am not sure why tropical fruit juice was my favourite flavour. Perhaps it was its novelty to strike me, or its hardly recognizable identity – what kind of fruit was it made of? In the picture on the package there was a pineapple, but the rest? What was it called? I had no idea, and besides, I hadn’t even tasted a real pineapple on its own before. Banana was the most foreign fruit I had access to.

For years, tropical fruit has remained a mystery to me, and I often had the names messed up – papaya for passion fruit and so forth. At one point, though, things started to become a tad clearer, when experienced tropical fruit in the form of ice cream – pineapple and mango had become pretty common flavours by the end of the 20th century, even in the small town in the middle of nowhere Veneto. People travel, right?

Right. The plain truth is, I never had a real craving for it – people hardly desire what they don’t know. Until now. In the all-mighty economy of the capital, where thousands of individual demands meet the offer of the market, where all nationalities and all cultures collide – in a city which couldn’t feel and be further from the tropics, I have started to eat tropical fruit. The actual fruit.

My love story with avocado has been revealed already. Yet, a part of me felt like there was still space for one more, just to make my carbon footprint even. It happened a few months ago, when J opened the door, back from work, with a yellow box in hand. He had finally been able to go into that Iranian shop near work, he announced, and he couldn’t resist the sight of the newly arrived Alfonso mangoes that were neatly piled into boxes and kept apart by shredded paper -treated like precious, fragile objects. He bought 10 so that he could have the box to carry them, asking in change to have some ready to eat and some greener ones for good measure.

I had one that same night. It had the most intensely floral, sugary flavour I have ever found in a fruit, ever. It tasted of sunscreen and hot days on the shore – in the best possible way. Juice running down my forearm, I was unshamilgly licking my fingers, sucking every bit from the mid stone, and silently begging for more… But then, I thought, I had to pause myself to prolong and re-live the pleasure in the following days. After eating mangoes straight from the fruit bowl sitting on the table for a few nights, fruit as sweet as cake, needing nothing added to it, J suggested us making lassi. To which, I responded: a what? Only later did I remember that night at the Bombay Cafe downtown – I had ordered a savoury mango lassi as a drink to go along the cornucopia of beautifully spiced dishes on the menu.


One Saturday morning, then, I made my own, not savoury but still unsweetened. I am not sure with what logic I added these spices, but my instinct told me to follow the way of cardamom and saffron, the first to add a hint of extra exoticism, the other to enhance the sunny, bright yellow hue of the pureed mango. I was trusting that the sweetness of the fruit and the creaminess of the final result were going to be forgiving towards these additions. In fact, both spices not only blended in perfectly, but also gave this lassi a novel depth of flavour, a second layer of aromas, which made it particularly attractive to my senses.


Now, whenever I feel I need a little extra-boost of energy, whenever my senses are dormant and need awaken, I bring home a mango after work, usually on a Friday, and get the blender going. No tropical juice from a tetra pack will ever be drank again.

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L’esotico è entrato nella mia vita sotto forma di un brick di succo “tropicale” da 200ml con cannuccia al seguito. Era, allora, una valida alternativa ai soliti gusti quali pera, pesca e albicocca. Estremamente in voga negli anni ’90, il succo tropicale è in seguito stato soppiantato al vertice dall’innominabile succo ACE, che al contrario, non è mai riuscito a conquistare il mio cuore. Il brick di succo tropicale era parte della mia merenda a scuola, insieme ai mitici cracker Doriano.

Il perché fosse il mio preferito, non saprei spiegarlo. Forse ad attirarmi era proprio quel suo gusto diverso da qualunque altra cosa, quella magica alchimia i cui componenti erano a me sconosciuti: che frutta c’era, alla fin fine, dentro il succo tropicale? L’unica che riuscivo ad identificate era l’ananas, ma poi? E, a dirla tutta, non è che avessi neanche mai mangiato un ananas vero, all’epoca… Ma vedevo la pubblicità della Del Monte in TV. 

E così, per anni la futta tropicale (a parte la banana, ovvio) è rimasta un mistero: papaya, guava e co., non sapevo proprio che faccia avessero. Il salto di qualità è stato fatto quando sono passata dal succo al gelato: anche se non si vedeva la frutta vera e propria, un gelato al mango aveva solo mango e sapeva solo di mango. Ché ormai la gente aveva iniziato a viaggiare e voleva l’esotico anche a casa propria, anche in un paesino del veneziano in mezzo al nulla. Giusto?

Giusto? La verità è che tutto sommato non me ne importava granché, di andare alla scoperta della frutta tropicale, e che il mio succo mi bastava ed avanzava. Almeno finché non mi sono trasferita nell’onnipotente capitale inglese, dove tutto è possibile e tutto è presente, dove ci si sente lontani anni luce dai tropici. Qui, ho iniziato a mangiare quella frutta, in forma di frutto. 

La mia storia d’amore con l’avocado non è cosa nuova. Eppure, sentivo che nel mio cuore c’era spazio per un altro frutto, giusto per bilanciare le cose e fare numero tondo quanto a carbon footprint. Tutto è iniziato poco più di due mesi fa, quando J ha aperto la porta di casa con in mano una scatola gialla. Finalmente, era riuscito a passare dal negozio di alimentari iraniano vicino al lavoro, e non era riuscito a resistere alla vista dei primi manghi Alfonso, comodi nelle loro scatole ripiene di carta velina, trattati come fossero piccoli oggetti preziosi. Ne aveva comprati 10, così da poter avere la scatola per trasportarli a casa, selezionandone alcuni di maturi, altri di più verdi, per i giorni successivi. 

La stessa sera, non ho resistito alla tentazione di tagliarne uno: sapeva di fiori, miele, zucchero e crema solare, di estate e caldo. Col succo che mi colava lungo gli avanbracci, spolpavo avida l’osso centrale da ogni pezzetto rimasto. Ne avrei voluto mangiare un altro, ma poi, ho pensato sarebbe stato un peccato non rivivere quel momento altre nove volte, ogni sera.

Con solo due manghi rimasti da quella lussuriosa razzia, ci sentivamo moralmente in dovere di farci qualcosa che non fosse il mangiarli nudi e crudi col cucchiaino. J diceva, facciamoci il lassi! Al che io, sospettosa, pensavo il che? Per poi ricordarmi di aver ordinato un bicchiere di lassi al Bombay Café in cui ero stata anni luce fa, per sopire il palato infiammato da cotante spezie diverse.

L’ho fatto per la prima volta un sabato mattina, il lassi. E nel farlo, in versione non salata ma nemmeno dolcificata, ho voluto aggiungere delle spezie per aumentarne l’effetto esotico: del cardamomo per l’aroma, e dello zafferano per accentuarne il colore. Sapevo che in qualche modo avrebbe funzionato, e che le spezie avrebbero aggiunto un secondo, seducente livello di sapore al di là della dolce cremosità della base.

Così, ogni volta che sento di aver bisogno di un po’ di energia in più, e che i miei senti hanno bisogno di essere rivitalizzati, porto a casa un mango o due dal lavoro, di solito di venerdì, e la mattina seguente accendo il frullatore. Temo che il succo tropicale in brick non farà più parte della mia vita. 


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12 comments:

  1.  Replies
     
    1. Thank you, Zita! I am totally hooked myself…:)

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  2. The colours in that lassi are absolutely stunning!

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    1. I know, the mango was very ripe and orange and the saffron just gave it that extra kick…:)

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  3. I love mango lassi – but I get really disappointed when there are no spices added. I love your take with saffron and cardamom. Genius!

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    1. First off, very nice to meet you, Phi, and thank you for stopping by and allowing me to find your lovely blog! That said,I am totally with you, a mango lassi with no spices is like an outfit without accessories -a bit basic, a tad bland 🙂

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  4. Quanto mi piacerebbe avere qui a disposizione tutta la frutta esotica che conosco solo perchè l'ho vista in foto e perchè confusa insieme ad altri frutti in qualche succo tropicale! Mango e avocado, che si trovano fortunatamente facilmente anche qui, non me li faccio proprio mancare! E quando riprendo il mango, di sicuro non mi faccio mancare questo lassi, profumato allo zafferano, dev'essere proprio una meraviglia *.*
    un abbraccio

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    1. Ah sapessi, qui c'è anche troppa scelta, a volte uno si chiede cosa siano certe cose dall'aspetto un po' losco 🙂 ma i manghi e co. ho imparato a conoscerli bene -adoro!

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  5. Ciao Valeria, quest'estate a Londra (sono quella che ti aveva chiesto le dritte, lette purtroppo solo ad un giorno dalla partenza..) stavamo nel quartiere di Sheperd's Bush, pieno di alimentare mediorientali. Facevamo la spesa della frutta in un negozio siriano fornitissimo di spezie -Damas Gate- e non mancavo mai di comprare i mitici alphonso mango o anche honey mango!! Erano parte della nostra colazione, oppure tramutati in smoothie ghiacciato al rientro a casa nei caldi pomeriggi di luglio.
    Qui in Italia ce li sogniamo..

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    1. Ma sai che nel primo periodo, le prime tre settimane di vita Londinese, vivevo proprio vicino a Sheperd's Bush Market? Conosco bene la zona, davvero il paradiso dell'esotico. Eh, immagino, non mi pare di aver mai visto gli Alphonso Mango in Italia…Sono ufficialmente il mio frutto preferito!

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  6. Ciao Valeria!
    Sono da Luca e qui i manghi sono di casa :-))) ovvio!!
    Lui se ne mangia uno a sera e anche noi lo imitiamo.
    Poi ce ne infileremo anche qualcuno in valigia che in Italia non ne troviamo di così buoni.
    Oggi pomeriggio credo di aver bevuto il miglior lassi di mango della mia vita e stasera torno a casa apro il tuo blog e ..
    Bellissimo!!"

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  7. Marcella!! Non sai che piacere mi hai fatto con il tuo commento! 🙂

    Non ci avrei mai sperato, ed invece i manghi alphonso qui a Londra sono buonissimi (probabilmente non come a Singapore ma ci si accontenta :D). Il problema è che creano dipendenza! Mi sono proprio innamorata del mango lassi, non vedo l'ora che sia di nuovo estate per rifarlo senza remore 🙂

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