Il primo, andare al mare, a luglio, rimanerci per un mese intero, con mamma, nonna, fratello, e se andava bene, anche con le adorate cugine che venivano da lontano. L'idea di fare bagni, intrecciare nuove amicizie e giocare senza ritegno fino a tarda sera mi faceva tener duro e rimaner buona in quelle tre settimane di giugno che separavano la fine della scuola dalla partenza. Ci sarebbero state le merende sotto l'ombrellone, le partite a UNO, le granite e i balli di gruppo. Si lasciava a casa papà, che veniva a trovarci solo il fine settimana, quando non doveva lavorare, e nonno, che tutto sommato tirava un sospiro di sollievo all'idea di liberarsi di nonna per ben un mese. Lui, al mare, non ci è mai venuto. Chi avrebbe curato l'orto, altrimenti? Ho ancora impresso nella memoria il ricordo della sua mano che ondeggiava, del suo saluto e del suo sorriso un po' sornione, lì fermo sul portone di casa, mentre noi, in macchina, ci allontanavamo rumorosamente, sulla ghiaia, carichi di bagagli, pentole, e provviste.
Il secondo, le due settimane di metà agosto da trascorrere a casa dei nonni, gli stessi nonni che prima si erano pacificamente separati per un mese, ognuno a godersi l'estate come meglio pareva a loro. Sono cresciuta in un paese di 400 anime e di bambini con cui giocare ce n'erano pochi. Avevo un'amica che viveva vicino a casa, ma d'estate se ne andava in Calabria, sulla Sila, dove viveva la famiglia di sua mamma, tra litri di olio e chili di caciocavallo silano, e io rimanevo da sola, annoiata come non mai. Dove vivevano i nonni, invece di bimbe con cui giocare ce n'erano ben due, e anche se erano più piccole, me le facevo andare bene.
L'attrazione principale a casa dei nonni era l'orto. Primo, perché ad una piccoletta come me sembrava più una piantagione, dove giocare a nascondino tra le piante dei pomodori, inventarsi storie a base di basilico, e soprattutto, scavare fosse e fossati tra un allottamento e l'altro. E poi, perché mi forniva le materie prime necessarie per rendere il gioco delle pentoline ancora più divertente. A casa dei miei l'orto non c'era, e il massimo che potevo usare per decorare le mie pappette di melma erano due ciuffi d'erba e qualche foglia. Dai nonni, invece, i pomodori che cadevano dalle piante, mezzi avizziti, erano il tocco finale per le mie infinite ricette fangose. Certo, un ruolo importante lo giocava anche la serie di caccavelle che nonna aveva accatastate nelle varie credenze, inutilizzate da secoli. "Nona, poso torme sta pegnatina col so coercio?" (nonna, posso prendermi questa pentolina e il suo coperchio?), "Masì masì, totea, che dopo ea lavemo" (ma si ma si prenditela che dopo la laviamo). E così passavo le giornate, sotto l'omba dell'albero di cachi, a scavare e bagnare con l'acqua e mescolare e tagliare pomodori avvizziti, il tutto sotto l'occhio casualmente vigilie del nonno, che monitorava le mie mosse più per evitare che prendessi le verdure dalle piante che per evitare che mi mettessi nei guai.
L'orto era a sua vita. Mi alzavo la mattina verso le nove e già lo vedevo all'opera dalla finestra della cucina. Dopo la colazione a base di latte con lo zucchero e biscotti, che già mi pareva una cosa esotica, da vacanza, uscivo per andare a vedere che cosa stesse facendo. Una di quelle mattine, ricordo di avergli chiesto come mai si alzasse così presto, e lui mi aveva risposto che c'erano tante cose da fare e che mezzogiorno sarebbe arrivato in un lampo, e ci sarebbe stato da aspettare il fornaio che portava il pane a domicilio e da metter su l'acqua per la pasta. Alle undici, quindi, aveva già dato l'acqua alle piante, raccolto le verdure mature, rimosso le erbe selvatiche, fatto tutti i piccoli lavoretti di manutenzione, preparato il sugo per la pasta e la terrina di pomodori tagliati, pronti per il pranzo. Nonna, dal canto suo, aveva appena appena fatto il letto e messo la tovaglia e i piatti in tavola.
Ogni giorno di quelle due settimane di agosto, a pranzo, si mangiava pasta, nelle varianti in bianco, col sugo, col tonno e col ragù; e insalata di pomodori, con l'aglio e il basilico dell'orto. E io, che amavo entrambe le cose alla follia, mangiavo tutto senza aprire bocca. Nonno produceva talmente tanti pomodori da averne a sufficienza per noi, per mia mamma e pure per mio zio, i quali puntualmente si presentavano per la fornitura settimanale di verdure di sua produzione. Così, mai e poi mai si compravano verdure d'estate, ché nonno ne aveva abbastanza per tutti: pomodori, appunto, ma anche cetrioli, zucchine, melanzane, basilico, aglio, cipolle, peperoni verdi, e i misteriosissimi cavolfiori estivi.
Il gusto di quei pomodori ha segnato le mie estati, anno dopo anno, così come ha segnato il mio palato: nessun pomodoro, per buono che fosse, aveva quel sapore. E nessun pomodoro poteva essere acquistato fuori stagione, perché il pensiero di quel sapore pieno, dolce, assolato, valeva qualunque attesa. E così, ogni anno, d'estate, per quanto lontana fossi da casa, sono sempre tornata, anche solo per una o due settimane. Perché mi mancava il mare e quelle lunghe giornate passate a leggere e sonnecchiare sotto il sole cocente, le passeggiate sulla riva e le nuotate e i gelati al bar della spiaggia. Perché poche cose mi facevano sentire in pace con il mondo come una giornata di queste. Ma anche perché non potevo lasciar passare un anno senza che potessi mordere quei pomodori che tanto avevo aspettato e bramato, ancora caldi di sole, senza olio e senza nulla, nudi e crudi.
Quale che fosse il suo segreto per crescere dei pomodori così buoni, rimane per me un mistero. Avrei voluto chiederglielo tante volte, ma purtroppo non l'ho fatto. L'unico ricordo che ho, riguardo quell'orto e i suoi segreti, è un calendario appeso nella baracca degli attrezzi, coi cicli lunari e gli appunti su quando seminare questo e raccogliere quello. E una frase, che mi disse durante una di quelle estati di tanto tempo fa: "Le piante sono come le persone: non gli piace l'acqua fredda. Dà loro l'acqua alla fine della giornata, l'acqua della tanica che è rimasta al sole tutto il giorno. A loro, come a noi, piace l'acqua tiepidina".
Quest'estate, ancora una volta, tornerò a casa e ci sarà il mare, e ci saranno quelle giornate di sole. Ma non ci sarà più quel sapore che ha segnato la mia vita. Non ci sarà più lui, né il suo orto, né i suoi pomodori, a cui voleva tanto tornare, a cui è andato, forse, il suo ultimo pensiero.
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Che stupendo ricordo di tuo nonno!!
ReplyDeleteAnch'io ho tanti bellissimi ricordi dell'estate legati alla campagna, agli orti e soprattutto a centinaia di bottiglie e barattoli di passata di pomodori fatta in casa ad ogni fine estate. E probabilmente sono proprio questi i ricordi più belli che ho di zii e parenti. E sia per il loro sapore ma anche per l'amore che c'era dentro, anche per me i pomodori non avranno mai più quel sapore.
Hai ragione, la passione che ci si mette dentro, il mangiare le cose cresciute e preparate con le proprie mani rende tutto più saporito. Grazie per esserti fermata/o. Un abbraccio
Deletevaleria, grazie per aver condiviso tutto questo, con così tanta grazia e commozione.
ReplyDeleteGrazie a te per aver lasciato il tuo pensiero, mi hai fatto molto piacere.
DeleteQuesti ricordi sono ciò che rende la vita speciale...cose semplici, profumi, sapori, affetto. Non potere più godere di quel sapore lascia l'amaro in bocca, ma il tuo affetto e i tuoi ricordi li terranno sempre vivi e sono sicura che tuo nonno, in un altro mondo, continua ancora a coltivarli :-)
ReplyDeleteLa nostra generazione è fortunata...leggendo il tuo racconto hai risvegliato in me tanti pensieri dal mio passato e anche ricordi dell'infanzia del mio lui. Suo nonno viveva per il suo orto e i suoi alberi da frutto e, proprio come il tuo, teneva appeso nella stanza degli attrezzi il calendario lunare, fondamentale anche per quando faceva il vino!
Ti mando un abbraccio forte.
Hai ragione, siamo fortunate ad aver conosciuto quella generazione, ad aver avuto la possibilità di provare sapori veri, ed assimilare un po' di valori forti. Ho due cugine piccole, figlie del fratello più giovane di mia mamma, che non potranno provare tutto questo, sentire i suoi racconti, vederlo in azione. E il pensiero mi rende triste, ma felice (egoisticamente) di essere nata un po' prima di loro ed essermelo goduto almeno un po'.
DeleteUn abbraccio a te.
Io sono la nipote più piccola, sia dal lato di papà che di mamma e penso sempre che se fossi nata un po' prima avrei potuto godere di più dei miei nonni, per cui mi sento molto solidale alle tue cugine!
DeleteSai anche cosa mi fa riflettere, spesso ci accorgiamo solo da grandi quanto la figura del nonno sia importante e, quando ce ne rendiamo conto, ci siamo persi un sacco di cose. Almeno per me è stato così!
Che bel racconto, vivrà per sempre nei tuoi ricordi!
ReplyDeletesì, hai ragione. ed è un po' per questo che , a memoria fresca ho voluto mettere un po' di lui nero su bianco (seppur virtualmente). Ho dei bellissimi ricordi.
DeleteHello from London
ReplyDelete"Ogni giorno di quelle due settimane di agosto, a pranzo, si mangiava pasta, nelle varianti in bianco, col sugo, col tonno e col ragù"
What is the difference between "sugo" and "ragu" please?
and how your article made me long for summer...
regards
Susan
Hello from London too!
DeleteSugo is just tomato sauce with garlic and oil, ragù is meat sauce (he would add peas as well, but that's optional).
Bellissimo post!
ReplyDeletePensa che il primo post del mio blog è proprio su quelle lunghe estati estati al Cavallino, vicino a Venezia, fatte di conserve e di marmellate di albicocche, bei tempi!
Io i nonni me li son goduti poco, purtroppo.
Sei stata fortunata ad avere un nonno così e ora ad avere un ricordo così bello.
hai ragione, sono stata più che fortunata, e ci penso spesso. Le estati senza il mare non mi sembrano nemmeno tali...prima o poi dovrò trasferirmici vicino! Un abbraccio.
DeleteI nonni. Quelle strane creature che ti donano molto più di quello che ti sembra e che con il passare degli anni capisci quante cose hai memorizzato, quanti odori, rumori, sensazioni hai impresso nella tua memoria e che hanno influenzato il tuo modo di vedere il mondo. Come ti capisco. A differenza di te i miei li ho persi quando ero più piccola ma mi ricordo molto di più di quanto io stessa avrei mai pensato. Sono stati, a loro modo, indispensabili:-)
ReplyDeleteLa prima volta dopo di loro è difficile, a me è parso che non fossero veramente andati via e che si fossero solo trasmutati in oggetti, profumi e aria di casa loro.
Ti abbraccio forte