
All'Università di Pollenzo si impara, tra le tante cose, che il cibo è una cosa complessa. Produrlo, trasformarlo, comprarlo, mangiarlo sono gesti quotidiani eppure densi di significati complessi su cui ci si sofferma troppo poco.
Si impara che per avere un buon cibo sul piatto serve soprattutto un buon produttore, ma anche un buon cuoco. E che, a volte, il palato è il tramite fondamentale per stimolare la nostra immaginazione, per andare al di là dello scontato e del prevedibile, per trovare connessioni "altre" di gusto e pensiero.
Sono queste le caratteristiche di un grande chef. Materie prime d'eccellenza, pulite e buone. Intuizione sensoriale (quello che Ferran Adria definisce il gusto della memoria). Empatia. E una buona dose di amore per il rischio. La sorpresa non viene dallo sonoscituo ma dal nuovo. Per sorprendere si deve anche saper osare.
Ecco, a volte ci viene chiesto qual'è la connessione tra Slow Food, Terra Madre e i ristoranti stellati come Piazza Duomo ad Alba. La connessione è il buono. E il buono viene da i produttori virtuosi e finisce sui nostri piatti, che siano di casa o del ristorante. I cuochi come Crippa riescono a trasformare quel buon prodotto in un'opera d'arte. Non una cosa da tutti i giorni ma un'esperienza di vita.
Siamo stati ad Alba e abbiamo passato una mezza giornata in piazza Risorgimento, nota agli albesi come Piazza Duomo.
Qui, nel 2005, grazie alla collaboriazione con la famiglia albese dei Ceretto (con cui in precedenza aveva lavorato anche Cracco) e per volere di una stella nascente della gastronomia, Enrico Crippa, nasce l'omonimo ristorante. Il quale, in soli cinque anni, è riuscito a conquistare due stelle Michelin.
La famiglia Ceretto, viticoltori ed esportatori di vino, investitori in vari settori, dopo la fine del progetto con Cracco, volevano aprire un ristorante ad Alba che innalzasse e celebrasse ancora di più i prodotti locali di Langa, una terra completa e ricca, tanto che Crippa la definisce eccezionale: "per un cuoco è magico essere qua".
I langaroli sono abituati a mangiare bene. I prodotti di questa zona sono spettacolari, e la gente li compra e li mangia ogni giorno, in ricette semplici o più elaborate. I langaroli bevono bene, sanno qual'è il vino buono al giusto prezzo, e non si fanno mai fregare. Non è un caso se è proprio qui che è nata Slow Food. Prima di diventare un movimento era soprattutto una linea di pensiero condivisa, un sentimento interiorizzato e diventato automatismo. I langaroli non hanno bisogno di associarsi perché sono sempre stati i primi sostenitori di quella filosofia del mangiare buono, pulito e giusto.
La sfida dei Ceretto+Crippa stava proprio qui. Si voleva offrire ai propri clienti qualità sempre elevata e si voleva riuscire a mantenerla nel tempo. Il problema, però, era la cucina sperimentale, poco applicabile nel contesto di una tradizione culinaria basata su capisaldi sempre presenti in tutti i menu della zona (forse perché i soli e più amati da chi vive e viene qui?).


La risposta è stata la messa in piedi di un doppio progetto: un ristorante di prima linea, dove lo chef poteva mettere in pratica il suo estro e la sua voglia di sperimentazione, e un locale più informale, chiamato ironicamente Piola (come le osterie piemontesi d'altri tempi). La Piola è una trattoria/brasserie aperta, sobria, moderna, ispirata ai bistrot francesi nelle tavole di zinco senza tovaglia, le sedie in pelle, il servizio e il consumo veloci, prezzi estremamente accessibili, un menu che varia spessissimo e leggibile sulla grande lavagna a parete, vini al calice dalle cantine di Langhe e Roero (Ceretto tra tutti ma anche piccoli produttori). Per queste e molte altre ragioni, la Piola ha sempre un numero elevato di clienti, il che permette di far stare a galla tutto il palinsesto, ristorante compreso.
Nella Piola, dicevo, si servono piatti della tradizione in un contesto e con uan presentazione moderni. I piatti veri e propri, quelli dove si mangia, sono "pezzi d'arte", disegnati da artisti da tutto il mondo, ispirati alla vecchia usanza del piatto del buon ricordo (anche questi sono in vendita). Questo perché, secondo Crippa "è importante dare da mangiare ma è importante anche offire arte".
Inoltre, Crippa sottolinea la necessità di educare il proprio cliente, di accompagnarlo nella scoperta e nell'apprendimento al gusto e a ciò che sta dietro al piatto. "Se si parte dalla Piola con cose normali e si accontenta il cliente, è facile che prima o poi si voglia passare oltre e scoprire cosa c'é nel ristorante vero", dice. Così, ogni tanto nella Piola si prova a proporre un piatto proveniente dall'alto, dal ristorante, a prezzo scontato, oppure si possono ordinare bottiglie selezionate dalla carta dei vini al piano di sopra, sempre a prezzi ribassati.
Il ristorante Piazza Duomo, al piano superiore rispetto alla Piola (con ingresso diverso, dalla via sul retro del palazzo) è molto piccolo e consta di un salone da 30 coperti su cui si staglia un affresco di Francesco Clemente, con una foglia di vite su cui pendono varie iconografie a simboleggiare fertilità e abbondanza (un omaggio alla famiglia Ceretto). Costo del progetto, stando a quanto dice Crippa, sui 300 mila euro. Il colore, molto particolare, sui toni del rosa-rosso pompeiano. Tovaglie e sedie di tessuto grigio chiaro, mise en place sobria ed elegante. La cucina è anch'essa piccola ma super-tecnologica, in linea, a muro e con mensole per i piatti. Ogni linea ha un suo compito specifico (piatti freddi, piatti caldi, primi, secondi, patisserie). E, per volere dello chef, la cucina ha le finestre, perchè "se lavori 13 ore al giorno almeno vuoi vedere che tempo fa fuori".
Sulla sua brigata, tutta giovanissima e formata personalmente da lui, Crippa sottolinea come sia importante la fidelizzazione del proprio personale "dal ragazzino che arriva in Piola alla crew di sala. Devi premiare chi è bravo, ma non dimenticare che è importante formarlo per bene e fargli fare gavetta". Il personale è addestrato sia in cucina che in sala, in modo da avere una formazione completa, così "dopo un po' di anni avranno le conoscenze necessarie per scegliere o di andare per la propria strada o di restare".
Chi è Enrico Crippa? L'impressione che ho avuto di lui, semmai si possa giudicare a prima vista, è quella di una persona estremamente determinata e sicura di sé, delle proprie idee, e con una chiara visione di ciò che vuole, gli serve, si aspetta, gli piace, non gli piace. Sa che vuole un team giovane, che preferisce i ragazzi senza esperienza da crescersi da solo rispetto a sous-chef migliori ma che non credono di dover imparare più nulla. "Nessuno può lavorare da solo. Meglio lavorare con uno che non sa niente ma che vi crescete voi piuttosto che con uno con un curriculum spettacolare ma che non vi assomiglia". Per questo, dice, si deve imparare a investire nel vaolre della formazione, arrivando poi tutti alle stesse certezze, idee, valori. Così si lavora meglio.
Crippa crede anche nello studio e sa di dover essere sempre un passo avanti al suo team se vuole avere davvero qualcosa da insegnare loro. Lui, che ha lasciato la scuola per andare a lavorare subito, che aveva "bisogno di esprimere sé stesso", che ha voluto bruciare le tappe, quel giorno ci ha detto: "Non bisogna avere mai fretta; è importante farsi un po' di gavetta" perché "più conosci, più puoi insegnare [...] più hai un bagaglio, più la gente ti sarà fedele perché hai sempre qualcosa di nuovo da dire". Rimpiange la sua decisione di mollare la scuola, specie quando dice che "per essere il capo di una brigata devi sapere, certo, ma anche per gestire un ristorante è meglio avere un'istruzione". Allo stesso tempo, comunque, ci fa capire di aver imparato molto sul campo in quegli anni. Allievo d'oro di Gualtiero Marchesi, ha fatto un periodo di apprendistato in Francia, che in quel periodo era il cuore pulsante della cucina internazionale. Poi in Giappone, dove impara l'arte della cucina orientale, in particolar modo il concetto di cucina orizzontale. "Per un cuoco è importante conoscere la storia gastronomica del propio paese ma è importante anche uscire dai propi confini, conoscere altri paesi e cucine diverse" dice. E sottolina come ora sia fondamentale andare a vedere cosa succede in Spagna e paesi scandinavi.
Cosa abbiamo imparato quel giorno, oltre a tutto ciò? A cucinare è una parola grossa, diciamo che abbiamo imparato a fare l'insalata 21,31, 41... (il nome deriva dal numero degli ingredienti, sempre variabile a seconda del periodo) con foglie, fiori, semi, ginger, poggiata su un brodo di tonno affumicato e guarnita con delle sfoglie di amaranto cotte al forno. Da mangiare con le pinzette simili a quelle usate negli ospedali. Altro piatto assaggiato, ma non fatto da noi, la crema di patate con un cuore di uovo di quaglia appena scottato e dal tuorlo ancora morbido. Sopra, una striscia di té nero e solitamente del tartufo, che non essendo in stagione non era presente nella nostra pietanza (ahimé). Il piatto era stato creato apposta per la fiera del tartufo, quando Alba si riepie di gente, e così il ristorante, che con i suoi 30 coperti è sold out per tutto il periodo. E meno male, perché è l'unico modo, insieme con la Piola, per far sopravvivere la baracca.

In abbinamento con i due piatti proposti, un Riesling selezionato dal giovane e bravissimo sommelier Mauro Mattei, esperto di vino ma anche di birre e superalcolici. Si sta costruendo la sua cantina, piano piano, cercando di ruotare i vini e proporre in Piola quelli che, per varie ragioni, non vanno al ristorante. Anche il team degli sous-chef è giovanissimo, il che fa ben sperare nel futuro e nel continuo miglioramento di questo luogo già di per sé ecellente.
Esperienza da ricordare, di cui far bagaglio. In attesa di poter tornare, di tasca propria, per un percorso lungo e inerpicato, alla scoperta di uno dei menu degustazione. E chissà, anche per qualche foto del dietro le quinte.

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